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Medicina Narrativa Digitale
Updated: 11 min 3 sec ago

Beyond directives: advance care plans must consider patient’s story

Planning for end-of-life medical treatment has received national attention as a “hot topic” recently.

Adam M. PenaBaylor College Of Medicine

 

The Institute of Medicine (IOM) called for a restructuring of the national healthcare system to encourage doctors to have end-of-life planning conversations with their patients. In January 2016, Medicare also started reimbursing physicians for providing guidance about this type of planning.

End-of-life planning for medical treatment is more commonly known as advance care planning. Advance care planning helps clarify what medical treatment patients would and would not want at the end-of-life. Further, advance care planning helps patients talk about which personal values, like dignity and independence, are most important.

Much of the attention that advance care planning receives is focused on the importance of completing advance directives, which are legal documents that indicate the individual’s preferences for medical treatment at the end-of-life or designate an individual to make medical decisions on behalf of the patient if he or she is unable to do so.

Given that 70 percent of patients will be unable to make medical decisions for themselves during the final days of their lives, this kind of preparation is undeniably important. full article

Diabete gestazionale: narrazioni a confronto

Come si costruisce la relazione medico-paziente se medico e paziente raccontano due storie diverse?

Articolo di Francesca Memini su Diabete.net

Spesso (anche se non sempre!) il medico si presenta come portavoce dell’oggettività scientifica, la sua opinione non è frutto di una narrazione, ovvero di una costruzione di senso dei fatti, di un punto di vista soggettivo all’interno del quale i fatti sono collocati. Bene, già questa idea di oggettività della scienza è una narrazione.

Il paziente a sua volta è portatore di una sua narrazione della malattia, che non sempre coincide con quella del medico. E in queste due narrazioni ciascuno pone l’altro, come personaggio. E allora il medico può essere un salvatore, un aiutante, un co-protagonista, ma può essere anche un nemico. E il medico che ruolo si dà? Si riconosce nella narrazione del paziente o c’è disaccordo?

Una cosa è certa: senza una narrazione condivisa non può esserci un rapporto di fiducia.

Nel caso di una patologia come il diabete, così complessa, sfuggente, costruire una relazione medico-paziente funzionale e soddisfacente per entrambi è necessario all’efficacia stessa del percorso di cura.

Ma se il medico pensa che il paziente sia il suo nemico? Se pensa che non segua le sue prescrizioni solo per fargli dispetto? E se il paziente pensa che il medico non sia in grado di cogliere i suoi bisogni? Se pensa che sia un fastidioso incompetente?

La fiducia si rompe.

Come conciliare narrazioni diverse? Il primo passo deve essere necessariamente quello della consapevolezza, della presa di coscienza della narrazione di cui siamo portatori. In questo la Medicina Narrativa può venirci in aiuto.

Un recente studio pubblicato sulla rivista Bioethical Inquiry si propone di analizzare e di confrontare le narrazioni dei pazienti e dei ricercatori rispetto al dibattito scientifico sulla diagnosi di diabete gestazionale. Perché proprio questo tipo di diabete? Perché sul diabete gestazionale non c’è un consenso nella comunità scientifica e all’oggettività dei fatti, dei numeri, si accompagna ancora una certa dose di incertezza. continua a leggere

Condividere le sedute di chemio influenza la sopravvivenza

Avere qualcuno accanto con cui poter parlare durante le sedute di terapia non solo migliora l’umore ma aumenta, sebbene di poco, la probabilità di vivere più a lungo. Alla base di questi risultati potrebbe esserci lo stress

Articolo di Tina Simoniello, la Repubblica.it

Condividere il tempo e lo spazio, e quindi le parole, i timori, le emozioni che accompagnano le sedute di chemioterapia, aiuta. Anzi, di più: è in grado di aumentare, sebbene di poco, i tassi di sopravvivenza. È il risultato di uno studio longitudinale, il primo del suo genere su un campione così vasto e per un tempo così lungo (5000 persone seguite per circa 9 anni), che è stato realizzato dai ricercatori del NHGRI, National Human Genome Research Institute dell’NIH e di Oxford, e pubblicato sulla rivista Network Science. Più in dettaglio gli autori dell’indagine hanno dimostrato che la socialità, la possibilità di comunicare, di entrare in relazione, di stare fianco a fianco con altri pazienti nel corso delle sedute di chemio aumenta del 2% la sopravvivenza a 5 anni.

La ricerca. Gli  scienziati – esperti di scienze sociali comportamentali – che hanno firmato la pubblicazione hanno analizzato i dati relativi a 4.691 uomini e donne di circa 60 anni affetti da varie forme di cancro, in chemioterapia presso due ospedali pubblici dell’Oxfordshire dal 2000 al 2009. Di ognuno hanno seguito i destini clinici e anche la posizione occupata nelle sale dove venire loro somministrata la chemioterapia lungo tutto il corso della malattia: chi fossero i loro vicini di poltrona, quelli con i quali scambiavano chiacchiere, preoccupazioni e magari anche battute, e che destino clinico avessero a loro volta questi pazienti. In termini più scientifici gli autori hanno costruito e analizzato un network, una rete, di co-presenze. continua a leggere

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