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Medicina Narrativa in Terapia Intensiva neonatale

La Medicina Narrativa è uno strumento che presuppone una competenza relazionale e linguistica o quantomeno di espressione.

A cura di Giovanna Colangelo, SIMeN

 

È relativamente semplice abbinare un paziente adulto ad uno strumento narrativo. Ma cosa succede quando il paziente in questione è un neonato che, per qualunque motivo, viene ricoverato in una Terapia Intensiva?

L’atto narrativo, la struttura portante della Medicina Narrativa, si avvale di più attori: da un lato il soggetto che vive (o subisce) e racconta la sua malattia, dall’altra l’interlocutore che lo ascolta (il medico o l’operatore sanitario).

Nelle Terapie Intensive Neonatali il soggetto della cura è il neonato pretermine o con patologia acuta. Accanto a lui troviamo il genitore: un “paziente” a margine, colui che non ha la malattia “fisica” ma di riflesso la assorbe, colui che “esprime” ciò che il neonato soffre, attraverso un legame ancestrale e profondo, colui il cui quotidiano è messo a soqquadro dalla comunicazione della diagnosi di una malattia congenita o acuta, evento catastrofico caratterizzato dall’emergere di profonde angosce. Di fronte a questo evento critico che mette a dura prova i genitori e il figlio, vi è l’imprescindibile necessità di un approccio multidisciplinare che, accanto alle risorse della chirurgia e delle tecniche rianimatorie e diagnostiche, dia ampio spazi all’aspetto umano e relazionale proprio del “prendersi cura”. In tale ambito il soggetto di cui prendersi cura è l’intero nucleo familiare (genitore/i-neonato), che vive inevitabilmente una situazione di crisi acuta e del tutto imprevista. continua a leggere

Mestruazioni, salute narrativa e telemedicina

Articolo di Cristina Cenci su Nòva – Il Sole 24 Ore

In un evento molto interessante sulle mestruazioni curato da Adriana Bazzi per Il Tempo delle donne 2017, la ginecologa Alessandra Graziottin fa notare l’importanza del monitoraggio del ciclo mestruale, per individuare in modo tempestivo eventuali cambiamenti associati a patologie non diagnosticate.

Non troppo diversamente da prima, oggi le donne continuano a vergognarsi delle mestruazioni,  un sangue ambivalente, portatore di un messaggio di vita (il potenziale riproduttivo), ma anche di morte (lo ‘scarto’ che viene espulso). Difficilmente ci sentiremmo a nostro agio con un assorbente in mano in un luogo pubblico e c’è ancora chi teme che lavarsi i capelli possa fare male. La ricorrenza del tabù, fa perdere di vista che oggi l’impatto delle mestruazioni sulla salute della donna è diverso rispetto al passato, in relazione a tre fattori chiave interrelati: l’anticipazione della prima mestruazione, lo spostamento della prima gravidanza a dopo i 30 anni e la riduzione del numero di figli. In pratica, è sempre più frequente avere le prime mestruazioni a 10, 11 anni e concepire il primo e unico figlio a 32. Il risultato è che sanguiniamo molto di più delle nostre nonne o bisnonne, che interrompevano il “marchese” per lunghi periodi, in connessione a gravidanze ripetute e allattamento. Nonostante o forse proprio a causa di questa onnipresenza delle mestruazioni, non solo le nascondiamo al pubblico sguardo, ma tendiamo a normalizzarle il più possibile anche con noi stesse.  Ce ne occupiamo per minimizzarne l’interferenza nelle nostre attività quotidiane, per bearci di non avere una gravidanza non voluta, oppure per preoccuparci quando vogliamo un figlio. Eppure, ricorda Graziottin, un diario della regolarità, della durata, della quantità e degli eventi concomitanti (stanchezza, dolori forti, ecc.), potrebbe essere molto utile per intercettare  eventuali problemi che, dopo 10 anni, possono poi diventate un ostacolo al desiderio di un figlio.

Molti sostengono che sempre di più in futuro andremo dal medico non per curare una malattia ma per evitare che ci venga. Non mi piace molto medicalizzare il mio stile di vita a scopo preventivo. Mi sembra che troppo spesso la ‘ragione medica’ sia il vero agente moralizzatore della contemporaneità. Nello stesso tempo, sempre di più emergono evidenze sull’importanza dei fattori di rischio e delle abitudini quotidiane. La prevenzione viene però declinata come una mappa standardizzata di comportamenti raccomandati, invece che come un progetto personalizzato. Stefania Polvani, nel suo bel libro “Cura alle stelle”, sceglie di parlare di salute narrativa e non solo di medicina narrativa. La salute narrativa nasce non dall’adozione di schemi di comportamento raccomandati e uguali per tutti, ma da una relazione di “complicità con il medico, che facilita la personalizzazione delle risorse di salute a disposizione. Pensiamo a una ragazza di 18 anni che ha avuto le mestruazioni a 11, non usa contraccettivi orali, ha mestruazioni che diventano molto abbondanti e crede che sia un segno della sua fertilità, per poi scoprire qualche anno dopo che ha un fibroma. Avrebbe potuto risparmiare pacchi di assorbenti e l’ansia costante di sporcarsi, se fosse un po’ più diffusa e accessibile l’abitudine di parlare con un ginecologo, non solo perché si ha un problema o si vuole evitare o avere un figlio, ma anche per progettare la propria salute genitale e riproduttiva. E questo non solo secondo procedure standardizzate e manuali informativi, ma soprattutto attraverso una relazione finalizzata a un progetto di salute narrativa condiviso.

Ma chi dovrebbe farlo? Con quali risorse e quale tempo? Le strutture sanitarie faticano a garantire i livelli essenziali di assistenza, non hanno risorse sufficienti in patologie come i tumori e si mettono a praticare la salute narrativa? Le nuove tecnologie digitali possono essere un facilitatore. Si pensa alla telemedicina prevalentemente per la gestione delle patologie croniche, potrebbe essere uno strumento molto efficace anche per introdurre la cultura della salute narrativa.

In assenza di una malattia e di sintomi chiaramente identificati, la relazione può prescindere dall’incontro fisico e potrebbe trarre beneficio, al contrario, dall’uso della televisita. Ad esempio, in area ginecologica, la telemedicina potrebbe ampliare la portata e l’impatto dei consultori, che diventerebbero accessibili anche a chi vive in un’area interna. In ogni caso, una relazione in videochat è più rapida sia per il curante che per la persona. Se poi parliamo di progetti di salute e non di cura delle malattie, la costruzione di un setting relazionale a distanza, meno medicalizzato, potrebbe facilitare, più che disturbare.

In molte situazioni di salute, l’incontro faccia a faccia, oltre a sottrarre più tempo a medico e persona, aumenta la percezione di medicalizzazione dei comportamenti quotidiani. Pensiamo alla gravidanza, sempre di più trattata con gli strumenti, gli spazi e il setting relazionale della malattia. Più che inventarsi il parto in acqua per recuperare una presunta naturalità, meglio sarebbe ridurre il più possibile le visite ginecologiche, gestendole con brevi colloqui in videochat, più finalizzati a rassicurare e a orientare la dieta e le attività, che non a un intervento clinico in senso stretto. Certamente i dati dell’Osservatorio Innovazione Digitale Sanità non sono confortanti.

Come sottolinea il Rapporto 2017:” Le soluzioni di Telemedicina maggiormente diffuse nelle strutture sanitarie sono quelle di Teleconsulto tra strutture ospedaliere o i dipartimenti: per un’azienda su tre sono presenti ormai a regime. Soluzioni più avanzate, come la Tele-riabilitazione e la Tele-assistenza, sono per ora confinate a sperimentazioni – pari rispettivamente al 10% e all’8% delle aziende – che faticano ad andare a regime principalmente a causa dell’assenza di tariffe dedicate”.

Non riuscire a dare un prezzo alla telemedicina, significa non riuscire ancora a riconoscerne il valore. Il ritardo si può compensare, introducendo da subito modalità innovative di utilizzare la relazione a distanza, come la progettazione di un percorso di salute. Partiamo in ritardo, cerchiamo almeno di introdurre da subito modelli diversi. Ognuno di noi ha molte risorse a disposizione per generare salute, la telemedicina può forse aiutare a valorizzarle.

Mestruazioni, salute narrativa e telemedicina

Articolo di Cristina Cenci su Nòva – Il Sole 24 Ore

 

In un evento molto interessante sulle mestruazioni curato da Adriana Bazzi per Il Tempo delle donne 2017, la ginecologa Alessandra Graziottin fa notare l’importanza del monitoraggio del ciclo mestruale, per individuare in modo tempestivo eventuali cambiamenti associati a patologie non diagnosticate.

Non troppo diversamente da prima, oggi le donne continuano a vergognarsi delle mestruazioni,  un sangue ambivalente, portatore di un messaggio di vita (il potenziale riproduttivo), ma anche di morte (lo ‘scarto’ che viene espulso). Difficilmente ci sentiremmo a nostro agio con un assorbente in mano in un luogo pubblico e c’è ancora chi teme che lavarsi i capelli possa fare male. La ricorrenza del tabù, fa perdere di vista che oggi l’impatto delle mestruazioni sulla salute della donna è diverso rispetto al passato, in relazione a tre fattori chiave interrelati: l’anticipazione della prima mestruazione, lo spostamento della prima gravidanza a dopo i 30 anni e la riduzione del numero di figli. In pratica, è sempre più frequente avere le prime mestruazioni a 10, 11 anni e concepire il primo e unico figlio a 32. Il risultato è che sanguiniamo molto di più delle nostre nonne o bisnonne, che interrompevano il “marchese” per lunghi periodi, in connessione a gravidanze ripetute e allattamento. Nonostante o forse proprio a causa di questa onnipresenza delle mestruazioni, non solo le nascondiamo al pubblico sguardo, ma tendiamo a normalizzarle il più possibile anche con noi stesse.  Ce ne occupiamo per minimizzarne l’interferenza nelle nostre attività quotidiane, per bearci di non avere una gravidanza non voluta, oppure per preoccuparci quando vogliamo un figlio. Eppure, ricorda Graziottin, un diario della regolarità, della durata, della quantità e degli eventi concomitanti (stanchezza, dolori forti, ecc.), potrebbe essere molto utile per intercettare  eventuali problemi che, dopo 10 anni, possono poi diventate un ostacolo al desiderio di un figlio.

Molti sostengono che sempre di più in futuro andremo dal medico non per curare una malattia ma per evitare che ci venga. Non mi piace molto medicalizzare il mio stile di vita a scopo preventivo. Mi sembra che troppo spesso la ‘ragione medica’ sia il vero agente moralizzatore della contemporaneità. Nello stesso tempo, sempre di più emergono evidenze sull’importanza dei fattori di rischio e delle abitudini quotidiane. La prevenzione viene però declinata come una mappa standardizzata di comportamenti raccomandati, invece che come un progetto personalizzato. Stefania Polvani, nel suo bel libro “Cura alle stelle”, sceglie di parlare di salute narrativa e non solo di medicina narrativa. La salute narrativa nasce non dall’adozione di schemi di comportamento raccomandati e uguali per tutti, ma da una relazione di “complicità con il medico, che facilita la personalizzazione delle risorse di salute a disposizione. Pensiamo a una ragazza di 18 anni che ha avuto le mestruazioni a 11, non usa contraccettivi orali, ha mestruazioni che diventano molto abbondanti e crede che sia un segno della sua fertilità, per poi scoprire qualche anno dopo che ha un fibroma. Avrebbe potuto risparmiare pacchi di assorbenti e l’ansia costante di sporcarsi, se fosse un po’ più diffusa e accessibile l’abitudine di parlare con un ginecologo, non solo perché si ha un problema o si vuole evitare o avere un figlio, ma anche per progettare la propria salute genitale e riproduttiva. E questo non solo secondo procedure standardizzate e manuali informativi, ma soprattutto attraverso una relazione finalizzata a un progetto di salute narrativa condiviso.

Ma chi dovrebbe farlo? Con quali risorse e quale tempo? Le strutture sanitarie faticano a garantire i livelli essenziali di assistenza, non hanno risorse sufficienti in patologie come i tumori e si mettono a praticare la salute narrativa? Le nuove tecnologie digitali possono essere un facilitatore. Si pensa alla telemedicina prevalentemente per la gestione delle patologie croniche, potrebbe essere uno strumento molto efficace anche per introdurre la cultura della salute narrativa.

In assenza di una malattia e di sintomi chiaramente identificati, la relazione può prescindere dall’incontro fisico e potrebbe trarre beneficio, al contrario, dall’uso della televisita. Ad esempio, in area ginecologica, la telemedicina potrebbe ampliare la portata e l’impatto dei consultori, che diventerebbero accessibili anche a chi vive in un’area interna. In ogni caso, una relazione in videochat è più rapida sia per il curante che per la persona. Se poi parliamo di progetti di salute e non di cura delle malattie, la costruzione di un setting relazionale a distanza, meno medicalizzato, potrebbe facilitare, più che disturbare.

In molte situazioni di salute, l’incontro faccia a faccia, oltre a sottrarre più tempo a medico e persona, aumenta la percezione di medicalizzazione dei comportamenti quotidiani. Pensiamo alla gravidanza, sempre di più trattata con gli strumenti, gli spazi e il setting relazionale della malattia. Più che inventarsi il parto in acqua per recuperare una presunta naturalità, meglio sarebbe ridurre il più possibile le visite ginecologiche, gestendole con brevi colloqui in videochat, più finalizzati a rassicurare e a orientare la dieta e le attività, che non a un intervento clinico in senso stretto. Certamente i dati dell’Osservatorio Innovazione Digitale Sanità non sono confortanti.

Come sottolinea il Rapporto 2017:” Le soluzioni di Telemedicina maggiormente diffuse nelle strutture sanitarie sono quelle di Teleconsulto tra strutture ospedaliere o i dipartimenti: per un’azienda su tre sono presenti ormai a regime. Soluzioni più avanzate, come la Tele-riabilitazione e la Tele-assistenza, sono per ora confinate a sperimentazioni – pari rispettivamente al 10% e all’8% delle aziende – che faticano ad andare a regime principalmente a causa dell’assenza di tariffe dedicate”.

Non riuscire a dare un prezzo alla telemedicina, significa non riuscire ancora a riconoscerne il valore. Il ritardo si può compensare, introducendo da subito modalità innovative di utilizzare la relazione a distanza, come la progettazione di un percorso di salute. Partiamo in ritardo, cerchiamo almeno di introdurre da subito modelli diversi. Ognuno di noi ha molte risorse a disposizione per generare salute, la telemedicina può forse aiutare a valorizzarle.

 

Mestruazioni, salute narrativa e telemedicina

Articolo di Cristina Cenci su Nòva – Il Sole 24 Ore

 

In un evento molto interessante sulle mestruazioni curato da Adriana Bazzi per Il Tempo delle donne 2017, la ginecologa Alessandra Graziottin fa notare l’importanza del monitoraggio del ciclo mestruale, per individuare in modo tempestivo eventuali cambiamenti associati a patologie non diagnosticate.

Non troppo diversamente da prima, oggi le donne continuano a vergognarsi delle mestruazioni,  un sangue ambivalente, portatore di un messaggio di vita (il potenziale riproduttivo), ma anche di morte (lo ‘scarto’ che viene espulso). Difficilmente ci sentiremmo a nostro agio con un assorbente in mano in un luogo pubblico e c’è ancora chi teme che lavarsi i capelli possa fare male. La ricorrenza del tabù, fa perdere di vista che oggi l’impatto delle mestruazioni sulla salute della donna è diverso rispetto al passato, in relazione a tre fattori chiave interrelati: l’anticipazione della prima mestruazione, lo spostamento della prima gravidanza a dopo i 30 anni e la riduzione del numero di figli. In pratica, è sempre più frequente avere le prime mestruazioni a 10, 11 anni e concepire il primo e unico figlio a 32. Il risultato è che sanguiniamo molto di più delle nostre nonne o bisnonne, che interrompevano il “marchese” per lunghi periodi, in connessione a gravidanze ripetute e allattamento. Nonostante o forse proprio a causa di questa onnipresenza delle mestruazioni, non solo le nascondiamo al pubblico sguardo, ma tendiamo a normalizzarle il più possibile anche con noi stesse.  Ce ne occupiamo per minimizzarne l’interferenza nelle nostre attività quotidiane, per bearci di non avere una gravidanza non voluta, oppure per preoccuparci quando vogliamo un figlio. Eppure, ricorda Graziottin, un diario della regolarità, della durata, della quantità e degli eventi concomitanti (stanchezza, dolori forti, ecc.), potrebbe essere molto utile per intercettare  eventuali problemi che, dopo 10 anni, possono poi diventate un ostacolo al desiderio di un figlio.

Molti sostengono che sempre di più in futuro andremo dal medico non per curare una malattia ma per evitare che ci venga. Non mi piace molto medicalizzare il mio stile di vita a scopo preventivo. Mi sembra che troppo spesso la ‘ragione medica’ sia il vero agente moralizzatore della contemporaneità. Nello stesso tempo, sempre di più emergono evidenze sull’importanza dei fattori di rischio e delle abitudini quotidiane. La prevenzione viene però declinata come una mappa standardizzata di comportamenti raccomandati, invece che come un progetto personalizzato. Stefania Polvani, nel suo bel libro “Cura alle stelle”, sceglie di parlare di salute narrativa e non solo di medicina narrativa. La salute narrativa nasce non dall’adozione di schemi di comportamento raccomandati e uguali per tutti, ma da una relazione di “complicità con il medico, che facilita la personalizzazione delle risorse di salute a disposizione. Pensiamo a una ragazza di 18 anni che ha avuto le mestruazioni a 11, non usa contraccettivi orali, ha mestruazioni che diventano molto abbondanti e crede che sia un segno della sua fertilità, per poi scoprire qualche anno dopo che ha un fibroma. Avrebbe potuto risparmiare pacchi di assorbenti e l’ansia costante di sporcarsi, se fosse un po’ più diffusa e accessibile l’abitudine di parlare con un ginecologo, non solo perché si ha un problema o si vuole evitare o avere un figlio, ma anche per progettare la propria salute genitale e riproduttiva. E questo non solo secondo procedure standardizzate e manuali informativi, ma soprattutto attraverso una relazione finalizzata a un progetto di salute narrativa condiviso.

Ma chi dovrebbe farlo? Con quali risorse e quale tempo? Le strutture sanitarie faticano a garantire i livelli essenziali di assistenza, non hanno risorse sufficienti in patologie come i tumori e si mettono a praticare la salute narrativa? Le nuove tecnologie digitali possono essere un facilitatore. Si pensa alla telemedicina prevalentemente per la gestione delle patologie croniche, potrebbe essere uno strumento molto efficace anche per introdurre la cultura della salute narrativa.

In assenza di una malattia e di sintomi chiaramente identificati, la relazione può prescindere dall’incontro fisico e potrebbe trarre beneficio, al contrario, dall’uso della televisita. Ad esempio, in area ginecologica, la telemedicina potrebbe ampliare la portata e l’impatto dei consultori, che diventerebbero accessibili anche a chi vive in un’area interna. In ogni caso, una relazione in videochat è più rapida sia per il curante che per la persona. Se poi parliamo di progetti di salute e non di cura delle malattie, la costruzione di un setting relazionale a distanza, meno medicalizzato, potrebbe facilitare, più che disturbare.

In molte situazioni di salute, l’incontro faccia a faccia, oltre a sottrarre più tempo a medico e persona, aumenta la percezione di medicalizzazione dei comportamenti quotidiani. Pensiamo alla gravidanza, sempre di più trattata con gli strumenti, gli spazi e il setting relazionale della malattia. Più che inventarsi il parto in acqua per recuperare una presunta naturalità, meglio sarebbe ridurre il più possibile le visite ginecologiche, gestendole con brevi colloqui in videochat, più finalizzati a rassicurare e a orientare la dieta e le attività, che non a un intervento clinico in senso stretto. Certamente i dati dell’Osservatorio Innovazione Digitale Sanità non sono confortanti.

Come sottolinea il Rapporto 2017:” Le soluzioni di Telemedicina maggiormente diffuse nelle strutture sanitarie sono quelle di Teleconsulto tra strutture ospedaliere o i dipartimenti: per un’azienda su tre sono presenti ormai a regime. Soluzioni più avanzate, come la Tele-riabilitazione e la Tele-assistenza, sono per ora confinate a sperimentazioni – pari rispettivamente al 10% e all’8% delle aziende – che faticano ad andare a regime principalmente a causa dell’assenza di tariffe dedicate”.

Non riuscire a dare un prezzo alla telemedicina, significa non riuscire ancora a riconoscerne il valore. Il ritardo si può compensare, introducendo da subito modalità innovative di utilizzare la relazione a distanza, come la progettazione di un percorso di salute. Partiamo in ritardo, cerchiamo almeno di introdurre da subito modelli diversi. Ognuno di noi ha molte risorse a disposizione per generare salute, la telemedicina può forse aiutare a valorizzarle.

 

Assisi, Corso Nazionale di aggiornamento: “Dall’ascolto al progetto riabilitativo” dal 21 al 23 Settembre

Venerdì 22 settembre l’intervento di Cristina Cenci dal titolo “Come utilizzare le nuove tecnologie” nel panel “Umanizzazione e metodologia scientifica”

Si avvicina l’appuntamento con il Corso Nazionale di aggiornamento organizzato da SIMFER e suddiviso in quattro sessioni di discussioni dedicate all’umanizzazione delle cure in riabilitazione.

Tra i relatori, l’antropologa Cristina Cenci, fondatrice di Digital Narrative Medicine e del Center for Digital Health Humanities, si concentrerà sulle grandi potenzialità del digitale con il suo intervento su “Come utilizzare le nuove tecnologie”, nell’ambito della sessione dedicata ad Umanizzazione e metodologia scientifica. Questa parte del Corso verterà anche sulla complessità e l’ascolto in riabilitazione, sull’organizzazione al servizio della persona, sulla Medicina di precisione e sui limiti dell’Evidence Based Medicine.

Le altre sessioni saranno dedicate rispettivamente a “Umanizzazione nell’organizzazione sanitaria“,  “Medicina Narrativa come strumento per l’ascolto in riabilitazione” e “Dall’ascolto al progetto riabilitativo“.  I diversi punti di vista verranno confrontati durante una Tavola Rotonda che concluderà l’evento.

Considerata l’importanza fondamentale che possiedono le competenze relazionali nell’assistenza riabilitativa, durante il Corso verrà dedicata un’attenzione particolare alla Medicina Narrativa, argomento principale della terza sessione. La Medicina Narrativa, intesa come metodologia d’intervento clinico-assistenziale basata su una specifica competenza comunicativa, trova infatti un’applicazione naturale nell’ambiente riabilitativo, in quanto valido strumento di ascolto che può portare ad una migliore e più efficace personalizzazione delle cure e della comunicazione.

Altri esperti chiamati ad intervenire durante il Corso: Mauro Zampolini, Direttore S.C. Neurologia USL Umbria 2 e socio fondatore OMNI, con un intervento su “Medicina di precisione, come applicarla in riabilitazione”, Paolo Trenta, Sociologo e Presidente OMNI, che si concentrerà su “Le basi epistemologiche della Medicina Narrativa” e Stefania Polvani, Sociologa e socio fondatore OMNI che parlerà di “Medicina Narrativa per la personalizzazione e appropriatezza delle cure”.

Il programma completo dell’evento è disponibile qui.

More than Pink: emersione, sviluppo e diffusione di progetti innovativi per la salute della donna

More than Pink intende favorire l’emersione, lo sviluppo e la diffusione di progetti e pratiche innovative della tutela della salute della donna, con particolare riferimento a tre ambiti: welfare aziendale, educazione e innovazioni

Digital Health Italia

 

Il Premio More than Pink è un progetto pluriennale della Susan G. Komen Italia e dell’Associazione ItaliaCamp, in collaborazione con il Polo di Scienze della Salute della Donna e del Bambino della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma, che promuove l’emersione, lo sviluppo e la valorizzazione di progettualità e pratiche innovative nell’ambito della salute della donna.

Il progetto è patrocinato dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità. Tra i soggetti che hanno deciso di sostenere il Premio More than Pink ci sono Invitalia Ventures e Cisco, partner finanziatori del progetto, nonché Fondazione a Misura di Donna e Confcommercio Alessandria che hanno scelto di collaborare alla realizzazione del premio attraverso la messa a disposizione di beni e servizi di tutoraggio e mentoring. continua a leggere

More than Pink: emersione, sviluppo e diffusione di progetti innovativi per la salute della donna

More than Pink intende favorire l’emersione, lo sviluppo e la diffusione di progetti e pratiche innovative della tutela della salute della donna, con particolare riferimento a tre ambiti: welfare aziendale, educazione e innovazioni

Digital Health Italia

 

Il Premio More than Pink è un progetto pluriennale della Susan G. Komen Italia e dell’Associazione ItaliaCamp, in collaborazione con il Polo di Scienze della Salute della Donna e del Bambino della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma, che promuove l’emersione, lo sviluppo e la valorizzazione di progettualità e pratiche innovative nell’ambito della salute della donna.

Il progetto è patrocinato dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità. Tra i soggetti che hanno deciso di sostenere il Premio More than Pink ci sono Invitalia Ventures e Cisco, partner finanziatori del progetto, nonché Fondazione a Misura di Donna e Confcommercio Alessandria che hanno scelto di collaborare alla realizzazione del premio attraverso la messa a disposizione di beni e servizi di tutoraggio e mentoring. continua a leggere

Sharing and Healing Through Storytelling in Medicine

In January 2016, a small audience in San Francisco listened to physicians tell stories about life in medicine.

Emily Silverman, JAMA Internal Medicine 

In January 2016, a small audience in San Francisco listened to physicians tell stories about life in medicine. One physician described how her perspective on end-of-life care changed after receiving a few words of advice from her mentor. Another explained how the demands of residency training damaged a treasured friendship. A third physician spoke about a chance encounter on the street with a patient who was homeless. No presentation was rehearsed, and the crowd’s reaction shifted easily between laughter and silence. A year later this program, named “The Nocturnists,” attracted enough interest to fill a theater of 250 listeners, and to draw speakers from many health care disciplines from across the San Francisco Bay Area.

Widespread enthusiasm for programs similar to The Nocturnists may reflect a latent hunger for health care narratives within the medical community. Physicians are burdened by an increasingly automated health care system: tethered to their computers, saddled with menial digital tasks, and expected to interpret notes organized in a template and often devoid of real meaning. Faced with high turnover and difficult time constraints, physicians rush through their daily encounters and spend less contact time with both patients and colleagues. Many have argued that stories in medicine are getting lost, which may be a problem that reduces the quality of patient care and contributes to physician depression and burnout.

Storytelling is medicine’s currency. A patient describes his symptoms using a narrative: “Doctor, my legs are so swollen that I can barely walk to the bus stop.” The physician translates the story into a form of medical language and communicates it to colleagues after stripping away the extraneous information: “This is a 53-year-old woman with heart failure and reduced ejection fraction.” Physicians tend not to insert themselves into their patients’ narratives. Medical notes are typically penned in the passive voice, “The decision was made to start antibiotics” as opposed to the active voice, “I decided to start antibiotics.” full article

Il Tempo delle Donne: idee, passioni e storie alla Triennale di Milano

Dopo il lavoro, la maternità (e la paternità), il sesso & l’amore, quest’anno Il Tempo delle Donne parla anche di uomini.

Misurare la comunicazione

Punto di partenza dell’inchiesta “Uomini i segni del cambiamento” è stata la ricerca “Il tempo degli uomini”,  la survey realizzata da Eikon Strategic Consulting che fotografa i nuovi uomini impegnati in un «salto», che non è ancora completato. Gli uomini infatti stanno cambiando, ridefinendo le proprie priorità. Secondo quanto emerge dalla ricerca il nuovo uomo fa i conti con il passato, la crisi economica, le insicurezze, le solitudini. Ritiene la famiglia più importante della carriera e la propria partner la sua migliore confidente.

L’antropologa Cristina Cenci, tra gli autori della ricerca, si occuperà, in occasione de Il Tempo delle Donnedi uno di quei temi considerati ancora “proibiti”: le mestruazioni, un orologio che scandisce la vita delle donne, accomunate da un ciclo che si ripete ogni 28 giorni circa. Se ne discuterà nell’intervento  “Quei giorni» da vivere senza tabù – sì, le mestruazioni: tra medicina, cultura e satira”. Parlare di mestruazioni, al di fuori degli ambulatori medici, non solo è una conquista sociale, ma può aiutare la donna a salvaguardare la propria salute e a riconoscere disturbi, magari sottovalutati anche dai medici, come illustrerà la ginecologa e sessuologa Alessandra Graziottin. La satira sdogana le mestruazioni, da secoli un tabù nelle più svariate società, come racconterà l’antropologa Cristina Cenci , mentre Cinzia Leone ci farà immaginare come sarebbe il mondo se anche gli uomini avessero le mestruazioni. continua a leggere

Il Tempo delle Donne: idee, passioni e storie alla Triennale di Milano

Dopo il lavoro, la maternità (e la paternità), il sesso & l’amore, quest’anno Il Tempo delle Donne parla anche di uomini.

Misurare la comunicazione

Punto di partenza dell’inchiesta “Uomini i segni del cambiamento” è stata la ricerca “Il tempo degli uomini”,  la survey realizzata da Eikon Strategic Consulting che fotografa i nuovi uomini impegnati in un «salto», che non è ancora completato. Gli uomini infatti stanno cambiando, ridefinendo le proprie priorità. Secondo quanto emerge dalla ricerca il nuovo uomo fa i conti con il passato, la crisi economica, le insicurezze, le solitudini. Ritiene la famiglia più importante della carriera e la propria partner la sua migliore confidente.

L’antropologa Cristina Cenci, tra gli autori della ricerca, si occuperà, in occasione de Il Tempo delle Donnedi uno di quei temi considerati ancora “proibiti”: le mestruazioni, un orologio che scandisce la vita delle donne, accomunate da un ciclo che si ripete ogni 28 giorni circa. Se ne discuterà nell’intervento  “Quei giorni» da vivere senza tabù – sì, le mestruazioni: tra medicina, cultura e satira”. Parlare di mestruazioni, al di fuori degli ambulatori medici, non solo è una conquista sociale, ma può aiutare la donna a salvaguardare la propria salute e a riconoscere disturbi, magari sottovalutati anche dai medici, come illustrerà la ginecologa e sessuologa Alessandra Graziottin. La satira sdogana le mestruazioni, da secoli un tabù nelle più svariate società, come racconterà l’antropologa Cristina Cenci , mentre Cinzia Leone ci farà immaginare come sarebbe il mondo se anche gli uomini avessero le mestruazioni. continua a leggere

Dall’ascolto al progetto riabilitativo: umanizzazione ed efficacia in Medicina Riabilitativa

Le date del Corso Nazionale di aggiornamento: 21, 22 e 23 Settembre 2017 ad Assisi

Il settore della Riabilitazione, per sua stessa natura, è da sempre fortemente impregnato di contenuti relazionali. Stabilire un rapporto di fiducia fra gli operatori del team e le persone servite; utilizzare linguaggi che superino le asimmetrie di conoscenza e di cultura; porsi in situazione di ascolto reciproco per definire e condividere gli obiettivi del progetto riabilitativo: sono tutti aspetti essenziali del percorso di presa in carico in questo settore. Gli operatori sanno quanto sia delicato e spesso molto difficile darvi concreta attuazione, pur disponendo di modelli di riferimento, come il modello ICF, che costituiscono una base culturale favorevole al loro sviluppo.

I giorni 21, 22 e 23 Settembre 2017 si terrà ad Assisi il Corso Nazionale di aggiornamento “Dall’ascolto al progetto riabilitativo: umanizzazione ed efficacia in Medicina Riabilitativa”, organizzato da SIMFER, che si propone una serie di obiettivi ambiziosi:

  • Confermare che le competenze relazionali sono un elemento essenziale dell’assistenza riabilitativa, e che fanno parte integrante del bagaglio culturale del Medico Fisiatra e di tutto il team riabilitativo;
  • Illustrare specifici strumenti metodologici per sviluppare queste competenze, sia a livello individuale che di team;
  • Dimostrare che l’attenzione a questi aspetti non sottrae nulla al rigore scientifico del processo di cura, ma ne aumenta anzi l’efficacia e la sostenibilità.

Il Corso pone l’accento sulla Medicina Narrativa, la metodologia d’intervento clinico-assistenziale basata su una specifica competenza comunicativa che trova un’applicazione naturale nell’ambiente riabilitativo.

Numerosi gli esperti che saranno chiamati ad intervenire, tra cui Cristina Cenci, fondatrice di Digital Narrative Medicine e del Center for Digital Health HumanitiesMauro Zampolini, Direttore S.C. Neurologia USL Umbria 2 e socio fondatore OMNI, Paolo Trenta, Sociologo e Presidente OMNI e Stefania Polvani, Sociologa e socio fondatore OMNI.

Il programma completo dell’evento è disponibile qui.

La necessità della trasformazione digitale per le imprese del farmaco

L’innovazione digitale è stata una parte importante del discorso della Relazione del Presidente Massimo Scaccabarozzi esposta durante l’Assemblea Pubblica di Farmindustria dello scorso giugno.

 

Articolo di Dino Biselli, Digital Health Italia

La digital transformation sta acquisendo un’importanza sempre maggiore nelle strategie perseguite dalle aziende farmaceutiche. Infatti, un forte segnale in questo senso, oltre alle numerose pubblicazioni che si sono avvicendate su questo argomento negli ultimi anni, è offerto dalla Relazione del Presidente di Farmindustria, il Dottor Massimo Scaccabarozzi, in occasione dell’Assemblea Pubblica che ha avuto luogo lo scorso mese di giugno a Roma.

La rilevanza del digitale e dell’innovazione tecnologica nell’ambito dell’industria farmaceutica è testimoniata dal rilievo che il Presidente Scaccabarozzi ha dedicato a questi argomenti, facendo notare come già oggi gli investimenti a livello nel settore digitale per la salute raggiungono la ragguardevole cifra di 6,5 miliardi di Euro.

Altro numero impressionante è la quantità di dati relativi alla salute che vengono generati nel mondo ogni giorno: 2,5 exabyte. Ma questo numero crescerà ancora in quanto

«Il genoma di una persona occupa 4 gigabyte di memoria, figuriamoci oggi che “macchine” e sistemi potentissimi servirebbero per processare i dati dei 60 milioni di italiani.»

Ciò significa che i dirigenti delle industrie farmaceutiche hanno ben chiaro, almeno in linea generale, quali sono e saranno le implicazioni che la rivoluzione digitale sta imponendo loro di affrontare. Tuttavia, questa sfida per l’intera industry non deve essere solamente interpretata come una fonte di nuovi problemi, ma al contrario come occasione per cogliere nuove opportunità. continua a leggere

 

La necessità della trasformazione digitale per le imprese del farmaco

L’innovazione digitale è stata una parte importante del discorso della Relazione del Presidente Massimo Scaccabarozzi esposta durante l’Assemblea Pubblica di Farmindustria dello scorso giugno.

 

Articolo di Dino Biselli, Digital Health Italia

La digital transformation sta acquisendo un’importanza sempre maggiore nelle strategie perseguite dalle aziende farmaceutiche. Infatti, un forte segnale in questo senso, oltre alle numerose pubblicazioni che si sono avvicendate su questo argomento negli ultimi anni, è offerto dalla Relazione del Presidente di Farmindustria, il Dottor Massimo Scaccabarozzi, in occasione dell’Assemblea Pubblica che ha avuto luogo lo scorso mese di giugno a Roma.

La rilevanza del digitale e dell’innovazione tecnologica nell’ambito dell’industria farmaceutica è testimoniata dal rilievo che il Presidente Scaccabarozzi ha dedicato a questi argomenti, facendo notare come già oggi gli investimenti a livello nel settore digitale per la salute raggiungono la ragguardevole cifra di 6,5 miliardi di Euro.

Altro numero impressionante è la quantità di dati relativi alla salute che vengono generati nel mondo ogni giorno: 2,5 exabyte. Ma questo numero crescerà ancora in quanto

«Il genoma di una persona occupa 4 gigabyte di memoria, figuriamoci oggi che “macchine” e sistemi potentissimi servirebbero per processare i dati dei 60 milioni di italiani.»

Ciò significa che i dirigenti delle industrie farmaceutiche hanno ben chiaro, almeno in linea generale, quali sono e saranno le implicazioni che la rivoluzione digitale sta imponendo loro di affrontare. Tuttavia, questa sfida per l’intera industry non deve essere solamente interpretata come una fonte di nuovi problemi, ma al contrario come occasione per cogliere nuove opportunità. continua a leggere

 

Beyond directives: advance care plans must consider patient’s story

Planning for end-of-life medical treatment has received national attention as a “hot topic” recently.

Adam M. PenaBaylor College Of Medicine

 

The Institute of Medicine (IOM) called for a restructuring of the national healthcare system to encourage doctors to have end-of-life planning conversations with their patients. In January 2016, Medicare also started reimbursing physicians for providing guidance about this type of planning.

End-of-life planning for medical treatment is more commonly known as advance care planning. Advance care planning helps clarify what medical treatment patients would and would not want at the end-of-life. Further, advance care planning helps patients talk about which personal values, like dignity and independence, are most important.

Much of the attention that advance care planning receives is focused on the importance of completing advance directives, which are legal documents that indicate the individual’s preferences for medical treatment at the end-of-life or designate an individual to make medical decisions on behalf of the patient if he or she is unable to do so.

Given that 70 percent of patients will be unable to make medical decisions for themselves during the final days of their lives, this kind of preparation is undeniably important. full article

Dieci tecnologie emergenti destinate a trasformare, nei prossimi anni, la vita delle persone

Anche per il 2017 il World Economic Forum (WEC) stila l’elenco delle innovazioni che nell’arco dei prossimi 3-5 anni potrebbero cambiare radicalmente la quotidianità della popolazione mondiale. Due le novità che interessano il comparto salute.

 

Articolo di Daniela Russo, Digital Health Italia

 

Dieci innovazioni per migliorare la nostra vita

Dalla salute all’ambiente, passando per le tecnologie destinate a migliore il volto dell’industria. Nell’elenco stilato dall’Expert Network del WEC e dai Global Future Councils, in collaborazione con Scientific American e il suo Board of Advisors, non manca nulla.

“Le nuove tecnologie – commenta Murat Sönmez, capo del Centro per l’Industria 4.0 e membro del Managing Board del WEC – stanno ridisegnando l’industria, sfumando i confini tradizionali e creando nuove opportunità su livelli mai visti prima.  Le istituzioni pubbliche e private devono sviluppare le giuste politiche, i protocolli e le collaborazioni per consentire a queste innovazioni di favorire lo sviluppo di un mondo migliore”

Biopsia liquida e vaccini genetici: il futuro della medicina

Nell’elenco spiccano due innovazioni legate alla medicina. Tra le tecnologie destinate a trasformare il mondo della salute ci sono la biopsia liquida e i vaccini genetici. Due strumenti da tempo al centro dell’attenzione della comunità scientifica internazionale per le possibilità che possono aprire e che sembrano destinati a registrare un vero e proprio boom nei prossimi anni. continua a leggere

Dieci tecnologie emergenti destinate a trasformare, nei prossimi anni, la vita delle persone

Anche per il 2017 il World Economic Forum (WEC) stila l’elenco delle innovazioni che nell’arco dei prossimi 3-5 anni potrebbero cambiare radicalmente la quotidianità della popolazione mondiale. Due le novità che interessano il comparto salute.

 

Articolo di Daniela Russo, Digital Health Italia

 

Dieci innovazioni per migliorare la nostra vita

Dalla salute all’ambiente, passando per le tecnologie destinate a migliore il volto dell’industria. Nell’elenco stilato dall’Expert Network del WEC e dai Global Future Councils, in collaborazione con Scientific American e il suo Board of Advisors, non manca nulla.

“Le nuove tecnologie – commenta Murat Sönmez, capo del Centro per l’Industria 4.0 e membro del Managing Board del WEC – stanno ridisegnando l’industria, sfumando i confini tradizionali e creando nuove opportunità su livelli mai visti prima.  Le istituzioni pubbliche e private devono sviluppare le giuste politiche, i protocolli e le collaborazioni per consentire a queste innovazioni di favorire lo sviluppo di un mondo migliore”

Biopsia liquida e vaccini genetici: il futuro della medicina

Nell’elenco spiccano due innovazioni legate alla medicina. Tra le tecnologie destinate a trasformare il mondo della salute ci sono la biopsia liquida e i vaccini genetici. Due strumenti da tempo al centro dell’attenzione della comunità scientifica internazionale per le possibilità che possono aprire e che sembrano destinati a registrare un vero e proprio boom nei prossimi anni. continua a leggere

Infertilità maschile: perché è ancora un tabù?

Il numero di spermatozoi in Occidente si è dimezzato. La colpa, certo, è di inquinamento, dieta, malattie. Ma se ci fossero anche ragioni “culturali” che spingono gli uomini a preoccuparsi troppo del sesso e poco della salute?

Articolo di Flora Casalinuovodonnamoderna.com

 

La difficoltà a diventare padri viene rimossa

Tutto si complica davanti alla procreazione. E non parliamo per forza di infertilità, ma di piccoli problemi o tempi più lunghi per diventare padre.

«Questo è il tabù dei tabù» dice l’antropologa Cristina Cenci, fondatrice del Center for Digital Health Humanities, l’osservatorio sui cambiamenti nel mondo della salute generati dalle nuove tecnologie. «Ho lanciato sul web il progetto Parolefertili (parolefertili.it, ndr), invitando le coppie in cerca di un figlio a raccontarsi. Gli uomini che hanno confessato le loro esperienze sono rari: si sentono impotenti, perché il loro sperma non è più seme creatore. Spesso ricacciano indietro il desiderio di un figlio e si chiudono nel silenzio, quasi a riaffermare un potere maschile più forte del fallimento. Oppure si concentrano sulla carriera, come se la superproduttività lavorativa compensasse l’improduttività procreativa. Sono entrambe reazioni che fanno capire come nel 2017 il maschio sia ancora prigioniero di stereotipi che credevamo, e speravamo, superati». continua a leggere

Infertilità maschile: perché è ancora un tabù?

Il numero di spermatozoi in Occidente si è dimezzato. La colpa, certo, è di inquinamento, dieta, malattie. Ma se ci fossero anche ragioni “culturali” che spingono gli uomini a preoccuparsi troppo del sesso e poco della salute?

Articolo di Flora Casalinuovodonnamoderna.com

 

La difficoltà a diventare padri viene rimossa

Tutto si complica davanti alla procreazione. E non parliamo per forza di infertilità, ma di piccoli problemi o tempi più lunghi per diventare padre.

«Questo è il tabù dei tabù» dice l’antropologa Cristina Cenci, fondatrice del Center for Digital Health Humanities, l’osservatorio sui cambiamenti nel mondo della salute generati dalle nuove tecnologie. «Ho lanciato sul web il progetto Parolefertili (parolefertili.it, ndr), invitando le coppie in cerca di un figlio a raccontarsi. Gli uomini che hanno confessato le loro esperienze sono rari: si sentono impotenti, perché il loro sperma non è più seme creatore. Spesso ricacciano indietro il desiderio di un figlio e si chiudono nel silenzio, quasi a riaffermare un potere maschile più forte del fallimento. Oppure si concentrano sulla carriera, come se la superproduttività lavorativa compensasse l’improduttività procreativa. Sono entrambe reazioni che fanno capire come nel 2017 il maschio sia ancora prigioniero di stereotipi che credevamo, e speravamo, superati». continua a leggere

Il miracolo della vita e la digital health: tutte le app per la gravidanza e il concepimento

La digital health a supporto di madre natura: le soluzioni digitali per il concepimento e la gravidanza

 

Articolo di Sara Scarpinati su Digital Health Italia

Avere un figlio è probabilmente l’espressione più significativa (e prodigiosa) della natura umana. Il miracolo della vita: due cellule che si incontrano e generano una nuova vita. Ma non sempre il percorso per la genitorialità è semplice, a volte è tutto in salita e la digital health può davvero supportare i futuri genitori nel loro cammino, tantissime sono le soluzioni per aiutare la coppia nel concepimento e le app per la gravidanza.

Concepire un figlio

Di tutte le fasi della genitorialità, il concepimento di un figlio sembra essere la più facile da superare. O almeno sembra sia così.
In effetti, l’esperienza cambia da donna in donna. E il web è prodigo di consigli per aumentare la fertilità: smettere di bere il caffè, fare sesso durante le notti di luna piena, bere acqua in ebollizione con una zolletta di zucchero e 2 cucchiai di lavanda secca… e potrei continuare all’infinito.
Un approccio più conservativo – e sicuramente più efficace – è quello di monitorare i giorni di ovulazione. E le tecnologie digitali vengono in supporto alle donne con diverse soluzioni. continua a leggere

Il miracolo della vita e la digital health: tutte le app per la gravidanza e il concepimento

La digital health a supporto di madre natura: le soluzioni digitali per il concepimento e la gravidanza

 

Articolo di Sara Scarpinati su Digital Health Italia

Avere un figlio è probabilmente l’espressione più significativa (e prodigiosa) della natura umana. Il miracolo della vita: due cellule che si incontrano e generano una nuova vita. Ma non sempre il percorso per la genitorialità è semplice, a volte è tutto in salita e la digital health può davvero supportare i futuri genitori nel loro cammino, tantissime sono le soluzioni per aiutare la coppia nel concepimento e le app per la gravidanza.

Concepire un figlio

Di tutte le fasi della genitorialità, il concepimento di un figlio sembra essere la più facile da superare. O almeno sembra sia così.
In effetti, l’esperienza cambia da donna in donna. E il web è prodigo di consigli per aumentare la fertilità: smettere di bere il caffè, fare sesso durante le notti di luna piena, bere acqua in ebollizione con una zolletta di zucchero e 2 cucchiai di lavanda secca… e potrei continuare all’infinito.
Un approccio più conservativo – e sicuramente più efficace – è quello di monitorare i giorni di ovulazione. E le tecnologie digitali vengono in supporto alle donne con diverse soluzioni. continua a leggere

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